L’ ETICA DELLA RESPONSABILITA’

Gio Giu, 2018

Il problema relativo alla responsabilità dei magistrati è solito suscitare un notevole interesse nell’opinione pubblica, soprattutto perché da essa si fa dipendere il corretto funzionamento dell’amministrazione della Giustizia.

Quest’ultima, tuttavia, sembra continuare a vivere in un ghetto culturale, sembra giocare con le parole anziché rendersi conto che il diritto, per essere correttamente applicato, deve tener conto della realtà sociale e scientifica attuale. Non è un caso se il legislatore è solito diffidare del contatto con le altre scienze, se lo stesso affida al giudice il ruolo di peritus peritorum quando invece andrebbe coinvolto l’esperto. Ciò non è la regola, intendiamoci, ma può sempre accadere, e quando accade induce a riflessioni amare, spiacevoli e responsabilizzanti. Si tratta  di una questione molto complessa, che coinvolge interessi all’origine di profondi scontri politici ed istituzionali tra la MAGISTRATURA (compatta nella difesa  dei propri  privilegi corporativi), la CLASSE POLITICA (tesa a contrastare l’espansione del potere giudiziario)  ed i CITTADINI (coinvolti quali fruitori del servizio giustizia). Orbene, tali interessi sono solo una conseguenza, un effetto, una manifestazione del più intrinseco e vincolante sistema di valori cui ogni singola “classe” fa riferimento.

 Il “politeismo dei valori”, espressione che MAX WEBER mutua in parte da John Stuart Mill, si declina nell’etica sotto forma del dualismo tra l’etica dei principi (Gesinnungsethik) – detta anche etica delle intenzioni o delle convinzioni – e l’etica della responsabilità (Verantwortungsethik). La prima fa riferimento a principi assoluti, che assume a prescindere dalle conseguenze a cui essi conducono: di questo tipo sono, ad esempio, l’etica del religioso, del rivoluzionario o del sindacalista, i quali agiscono sulla base di ben precisi principi, senza porsi il problema delle conseguenze che da essi scaturiranno. Si ha invece l’etica della responsabilità in tutti i casi in cui si bada al rapporto mezzi/fini e alle rispettive conseguenze.

 Senza assumere principi assoluti, l’etica della responsabilità agisce tenendo sempre presente le conseguenza del suo agire: è proprio guardando a tali conseguenze che essa agisce. Se ne deduce, pertanto, che l’etica dei princìpi è un’etica apolitica, come è testimoniato dal Cristiano che agisce seguendo i suoi principi e senza chiedersi se il suo agire possa trasformare il mondo. Al contrario, l’etica della responsabilità è indissolubilmente connessa alla politica, proprio perché non perde mai di vista (e anzi le assume come guida) le conseguenze dell’agire. Ma proprio perché è l’unica etica che l’uomo politico può fare propria, quella che tiene sempre presente le conseguenze di ciò che si farà, essa è costretta a servirsi di mezzi e di strumenti che a volte non appaiono retti. Lo stesso MACHIAVELLI aveva rilevato che  “chi vuole agire in questo mondo e ottenere determinati risultati, a volte è costretto a fare dei compromessi con la realtà, a fare dei compromessi, diciamo, con i poteri di questo mondo”.

Quanto detto potrebbe lasciar intendere che i valori siano assoluti o immutabili e, pertanto, che il loro “declino” faccia la differenza nell’agire umano. Penso che a tale proposito nessuno avrà difficoltà a riconoscere i valori in considerazione della loro relatività, ovvero in considerazione del fatto che essi sono mutevoli nello spazio e nel tempo. E penso con altrettanta forza che l’impressione del loro declino, trasmesso dai media e da certi intellettuali, abbia origine semplicemente nella discrepanza tra autorappresentazione sociale e comportamenti. Il ritorno al comunitarismo è sintomatico di una reazione contro questo modo di rappresentare  la società, poiché dimostra che la funzione dei valori è, di fatto, costituire un elemento di forte coesione comunitaria. E ancora. Basti pensare che rispetto a quanto avveniva nel passato, oggi si cambia più di frequente il partner. Di conseguenza la biografia delle persone appare meno ordinata. Ma da questo non possiamo concludere che l’individuo moderno ha perso i valori o non ha più una morale. Come rileva Ulrich Beck, la vita di ogni persona è l’oggetto di un’arte di bricolage, ha perso l’andamento lineare che poteva avere in passato. L’ individuo moderno, in estrema sintesi, incontra molteplici ostacoli nella costruzione della propria individualità. Prende mille decisioni; ma tali decisioni sono sempre effettuate  sotto la pressione  del contesto e dell’ambito in cui si trova. Egli non è un centro di decisione sovrano, ma viene sballottato qua e là. La sua autonomia decisionale non è che una illusione.

In conclusione, se volessimo trasferire queste conoscenze nell’ambito dell’oggetto della nostra trattazione, ne consegue che il soggetto sociale non è più, contrariamente a quanto affermato da Weber,  il depositario e la fonte dei valori. Egli è ridotto semplicemente a un oggetto in balia delle strutture sociali.